Marche fatale
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Helmut Lachenmann
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Descrizione:

  • Pagine: 48
  • Durata: 8:00
  • Dimensioni: 250 x 320 mm
  • Peso: 230 g
  • Genere: Musica classica, Musica classica moderna
  • ISMN: 9790004212790
La "Marche fatale" è un'evasione incautamente audace; rischia di irritare il conoscitore delle mie composizioni più dei miei lavori precedenti, non pochi dei quali si sono affermati solo dopo gli scandali della loro prima esecuzione. La mia "Marche fatale", tuttavia, ha poco a che fare stilisticamente con il mio precedente percorso compositivo; si presenta in modo disinibito, se non come una ricaduta, almeno come un ricorso a quei cliché a cui la civiltà moderna continua ad aggrapparsi nella sua quotidiana "musica di utilità", mentre la musica del XX e XXI secolo è da tempo avanzata verso nuovi e sconosciuti paesaggi sonori e possibilità espressive.
La parola chiave è "banalità". Come creatori d'arte la disprezziamo, cerchiamo di evitarla - sebbene anche all'interno delle nuove conquiste estetiche non siamo al sicuro dal banale a buon mercato.
Molti compositori hanno occasionalmente abbracciato il banale. Mozart scrisse "Ein musikalischer Spaß", un sestetto deliberatamente "dilettantesco e miserabile". Le "Bagatelle" op. 119 di Beethoven furono rifiutate dall'editore con la motivazione: "Pochi crederanno che questo piccolo lavoro sia del famoso Beethoven". Mauricio Kagel scrisse, quasi con ironia, "Marce per perdere la vittoria", Ligeti scrisse "Hungarian Rock", Stravinskij citò e distorse nella sua "Circus Polka" la famosa marcia militare schubertiana a quattro mani, all'epoca fin troppo popolare.

Io stesso, tuttavia, non so se accostare la mia "Marche fatale" a questi esempi: accetto l'umorismo nella vita di tutti i giorni, soprattutto perché per alcuni di noi è probabilmente insopportabile in qualsiasi altro modo. Nella musica, invece, ne diffido, ma mi attengo ancora di più all'idea più profonda di allegria, che ha poco a che fare con l'umorismo.
Intanto: Una marcia con la sua pretesa collettiva di uno stato d'animo marziale o festoso non è a priori ridicola? Si tratta di "musica"? È possibile marciare e ascoltare allo stesso tempo?

Ad un certo punto ho deciso di prendere il "ridicolo" seriamente - forse amaramente seriamente - come un emblema smascherante della nostra civiltà che si trova sull'orlo del baratro. La via - che sembra inarrestabile - verso il buco nero di ogni paralizzante non-spirito: "che potrebbe essere allegro". La mia vecchia richiesta a me stesso e al mio ambiente musicale di scrivere "non-musica", a partire dalla quale il concetto familiare di musica viene determinato di nuovo e sempre in modo diverso, in modo che la sala da concerto diventi un luogo di avventure che aprono la mente invece di un rifugio in una sicurezza ingannevole, è qui - forse? - è stato "deragliato" in modo insidioso. Come è potuto accadere?

Il resto è pensiero.

(Helmut Lachenmann, 2017)

Bibliografia:

Non sono "pietisticamente deforme". Una conversazione [di Jan Brachmann] con il compositore Helmut Lachenmann, in: FAZ, 7 giugno 2018, p. 15.