Guy Sacre
2 Poèmes français de Rilke
Guy Sacre
2 Poèmes français de Rilke
IVA inclusa,
Escluse le spese di spedizione
Non disponibile in tutti i Paesi. Saperne di più
Descrizione:
Non è sempre noto che Rilke, la sera della sua vita, scrisse alcune poesie in francese. Ne diede un motivo mirabile proprio a metà della sua raccolta Vergers:
Forse se ho osato scriverti,
lingua presa in prestito, è stato per usare
questo nome rustico di cui il solo impero
mi ha sempre tormentato: verger (frutteto).
Che una sola parola, e una delle più fragili, possa portare a un intero esercizio dovrebbe continuare a commuoverci. Non è forse anche grazie a una sola poesia, scelta misteriosamente, che un compositore si trasforma improvvisamente in interprete e cerca di dare un sapore in più, se non un senso, a parole comunque definitive? Per questo Rilke francese, altri lo hanno fatto prima di me: Milhaud (Quatrains valaisans), Durey, Barber, Hindemith... Non so a cosa, prima di queste pagine, volessero rispondere, ma posso dire cosa mi ha trattenuto: il tremito, ben percepibile da chi presta l'orecchio, di una lingua effettivamente "presa in prestito", e che non elude (e forse non vuole eludere) le pieghe, gli avvallamenti, la strana goffaggine dello straniero, non meno valida, nelle mani di un tale artista, dell'esattezza liscia e lucida dell'autoctono - e spesso carica, come la nota sbagliata in musica, di una bellezza inspiegabile e violenta.
(traduzione: John Tyler Tuttle)
Forse se ho osato scriverti,
lingua presa in prestito, è stato per usare
questo nome rustico di cui il solo impero
mi ha sempre tormentato: verger (frutteto).
Che una sola parola, e una delle più fragili, possa portare a un intero esercizio dovrebbe continuare a commuoverci. Non è forse anche grazie a una sola poesia, scelta misteriosamente, che un compositore si trasforma improvvisamente in interprete e cerca di dare un sapore in più, se non un senso, a parole comunque definitive? Per questo Rilke francese, altri lo hanno fatto prima di me: Milhaud (Quatrains valaisans), Durey, Barber, Hindemith... Non so a cosa, prima di queste pagine, volessero rispondere, ma posso dire cosa mi ha trattenuto: il tremito, ben percepibile da chi presta l'orecchio, di una lingua effettivamente "presa in prestito", e che non elude (e forse non vuole eludere) le pieghe, gli avvallamenti, la strana goffaggine dello straniero, non meno valida, nelle mani di un tale artista, dell'esattezza liscia e lucida dell'autoctono - e spesso carica, come la nota sbagliata in musica, di una bellezza inspiegabile e violenta.
(traduzione: John Tyler Tuttle)